Dylan Thomas e il poema degli ultimi

Robert Zimmerman deve a lui il nome d’arte di Bob Dylan e dunque la chiara fama legata a questo nom de plume.

Dylan Thomas, poeta e scrittore gallese morto alla soglia dei quarant’anni, ha ispirato nome e scritti del menestrello di Duluth, Premio Nobel per letteratura nel 2016, dando vita a modelli ed espressioni poetiche apprezzati e messi in opera tra i contemporanei e nei decenni a venire.

Milk Wood, appena tornato alle stampe per Einaudi con la cura e la traduzione del poeta Enrico Testa, è uno scritto nato come radiodramma e poi germinato in forma di poesia, racconto, novella, poemetto. In realtà non è nulla di queste forme e tutte insieme contemporaneamente. La grandezza di Dylan Thomas, che riuscì a malapena a concluderlo e ad ascoltarlo prima che venisse portato in scena postumo e modificato per cinema e teatro, risiede nella vertiginosa capacità di miscelare prosa e poesia, calembour e filastrocche, registri e stilemi diversi che esaltano l’eccentricità dei protagonisti (e del genere umano).

Pembrokeshire (Galles)

Ci troviamo a Llareggub, villaggio gallese di fantasia che richiama echi di santità e di eresia e il cui nome letto al contrario significa “nient’affatto” (“Bugger all”). Qui vivono, pensano e dialogano sessantatré personaggi strambi e bislacchi, a dir poco bizzarri ma in ogni caso unici.

Morti che appaiono in sogno e continuano ad incarnare ricordi e idiosincrasie dei vivi; vivi curiosi e innamorati, puntuali e sfaccendati; mariti che programmano uxoricidi, giovani donne che dispensano amore.

Capitan Gatto, il Reverendo Eli Jenkins, Willy Nilly, Mrs Ogmore-Pritchard, Lord Cut-Glass, Organ Morgan, Polly Garter, Sinbad, Jack il ciabattino, Mr Waldo e tutti gli altri incarnano stravaganza e normalità, ombra e luce, mettendo in scena relazioni ancestrali e bisogni primitivi e creando una polifonia elegante e paradossale.

In poche pagine Dylan Thomas riesce quindi a far convivere fantasia e sentimenti, esperienza e invenzione, riservando un posto di rilievo alla pietà umana e al destino mortale che ci lega ai protagonisti e dimostrando — come ricorda Enrico Testa nella prefazione — che “la pietà è la prima virtú dei veri poeti”.