Genio e follia da Artaud a van Gogh

Letteratume
3 min readJan 25, 2023

«E aveva ragione van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per saziare mille grandi geni, e se van Gogh non è riuscito ad appagare il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società glielo ha vietato».

Non poteva che essere il provocatorio e mai allineato Antonin Artaud a propugnare la tesi del Vincent van Gogh respinto e “affatturato” dalla società: una tesi originale e radicale espressa nel saggio van Gogh. Il suicidato della società curato da Paule Thévenin e tradotto per Adelphi da Jean-Paul Manganaro, Camille Dumoulié ed Ena Marchi.

Si tratta di un libro in cui il pittore olandese da un lato viene celebrato nella genialità della sua creazione artistica e dall’altro viene difeso dalle troppo affrettate diagnosi di follia, divulgate da psichiatri che pretendono di considerare stigma ogni deviazione dalla consuetudine, applicando etichette di presunta “normalità” ai propri pazienti.

Seppure la psichiatria venga liquidata con eccessiva fretta come fonte di “sordido atavismo”, non è peregrino il tentativo dell’autore di riscattare un uomo, prima che un artista, che ha patito un eccesso di pregiudizio nei confronti delle sue visioni e premonizioni.

Se la tesi di fondo, pienamente visibile nell’opera di Artaud e in quella di van Gogh, è che si scrive e si dipinge per uscire dall’inferno, allora non si può non seguire il ragionamento dell’autore, secondo cui una forza oscura della società — nessun complottismo, si tratta di una sorta di “magia nera” — trami per impedire all’individuo di esprimersi raccontando tutto ciò che riesce a vedere.

Diffidiamo dunque di quei paesaggi “vorticosi e pacifici, convulsi e pacificati” che gli artisti propongono nei loro quadri: si tratterebbe solo di “salute fra due attacchi della febbre calda che sta passando” o della “febbre tra due attacchi di un’insurrezione di buona salute”.

Secondo Artaud, le vedute di van Gogh altro non sono che vecchi peccati che non hanno ancora ritrovato le loro primitive apocalissi ma con cui presto si ricongiungeranno; ed è solo attraverso questa visione che il ribelle francese, un anno prima di morire, riuscirà a fare i conti con il “folle” olandese che, prima di tutti, aveva probabilmente capito che non ci si suicida da soli.

Emendando il pittore e la sua arte da manie e psicosi, Artaud riabilita sé stesso con il non troppo velato auspicio che le miserie terrene possano fare posto all’elevazione verso l’infinito.

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