Se la cittadinanza non è un diritto…

Realtà e finzione, identità e appartenenza, integrazione e assimilazione, oggetto e soggetto.

Come vivono e cosa provano gli italiani di nuova generazione? E soprattutto come se ne parla?

Lo spiega in maniera appassionante e incisiva Nadeesha Uyangoda nel saggio-memoir L’unica persona nera nella stanza (66th and 2nd), nato dall’eponimo longform scritto dall’autrice per la rivista Not.

Dire che nel dibattito culturale “i neri esistono come oggetto del discorso, quasi mai come soggetto” vuol dire delimitare un percorso che, durante la lettura, diventa sempre più articolato e dissestato, irto di incomprensioni, sottorappresentazioni e di continue messe in discussione del proprio status di cittadini.

L’immaginario veicolato da film e serie tv, e in parte dalla letteratura, ci fa vedere i “neri” solo in qualità di stranieri o di persone ai margini, ingabbiati nella propria razza e vittime di annosi pregiudizi.

Una razza che perseguita chi, come Nadeesha Uyangoda, è nera fuori e bianca dentro, mentre “la maggior parte delle persone bianche, al contrario, vive la propria vita come se la razza fosse qualcosa di invisibile, irreale persino”; siamo di fronte a una condizione tutt’altro che standard che impone un persistente fare i conti con capelli, colori, nomi e con identità troppo spesso mal rappresentate, con un colorismo imperante e quegli insopportabili model minority myth e light skin privilege derubricabili a vere e proprie piaghe sociali.

«Non ci rendiamo conto di quanto sia monocolore il nostro mondo fin quando non siamo messi col naso davanti a una folla di neri.»

Non deve stupire dunque che sia una scrittrice italiana a fare questa denuncia, anzi bisogna rivendicare il fatto che a trattare questi temi sia una come Uyangoda, nata in Sri Lanka ma trasferitasi giovanissima in Italia, così come è fondamentale che persone di colore non debbano parlare necessariamente di questioni razziali (soggetto) o debbano essere protagonisti di storie degne di essere raccontate (oggetto).

Aneddoti personali e biografici, incontri culturali, cenni storico-politici (come non pensare all’abolizione delle leggi anti-meticciato negli Stati Uniti) e di attualità come il movimento Black Lives Matter si alternano in un racconto avvolgente che cambia e affina il nostro modo di affrontare una problematica che riguarda quasi esclusivamente chi non è italiano e che ci induce a riflettere seriamente sul problema di cittadinanza. In un mondo normale sarebbe banale ricordare che per le persone di colore (e gli “stranieri” in generale) la cittadinanza non è un merito, bensì un diritto (in ogni caso, Nadeesha Uyangoda fa bene a rimarcarlo).

Parlare di privilegi dei bianchi in termini di rappresentazione mediatica, oltre che di diritti, non è pura retorica in un’epoca in cui i concetti di italianità e di nazionalità non sono così granitici, ma mutevoli e ricchi di sfumature. All’autrice va riconosciuto il merito di aver parlato con lucidità e onestà, insistendo sulla necessità di un cambiamento culturale e sulla volontà di fare pressione sul potere per scalfire i pregiudizi, il linguaggio e le azioni che rendono il nostro mondo “razzializzato”.

«So il congiuntivo quando devo, ma in fondo è a questo che serve la scuola dell’obbligo. Poi immagino che sia difficile superare lo shock di avere un nero in casa tua, soprattutto se non ti sta pulendo il bagno.»